venerdì 25 novembre 2011

Downside up, upside down

Cosa succede quando i riferimenti a cui ci si è sempre appoggiati vengono a mancare? E quando cambiano? E quando invece ci si rende conto che non sono più utili? Quando assale il senso di precarietà dato non solo dal momento storico e sociale in cui viviamo, ma anche da ciò che fino a qualche tempo fa si considerava sicuro e di appoggio e che ora non c'è più? Smarrimento, confusione, sensazione di caduta libera.. Un esame di realtà che ti dice che niente è più come prima. Non solo perchè le cose intorno cambiano perchè è naturale che cambino, ma anche perchè i propri occhi vedono diversamente e colgono aspetti mai visti prima. Che fare? E' meglio provare ad accettare la complessità in cui si vive, piuttosto che continuare a tentare di semplificarla e dividerla in rassicuranti categorie..? Provare a stare nel fluire degli eventi nel presente, nel qui ed ora, piuttosto che "giocare sempre d'anticipo" e attendersi eventi che probabilmente nemmeno accadranno..?
Ieri riascoltavo per caso questa canzone di Peter Gabriel. Ho ritrovato nel testo la descrizione delle sensazioni in cui viaggio, e ciò ha avuto un effetto decisamente terapeutico, come la musica riesce sempre ad avere su di me..

I looked up at the tallest building
Felt it falling down
I could feel my balance shifting
Everything was moving around
These streets so fixed and solid
A shimmering haze
And everything that I relied on disappeared

Downside up, upside down
Take my weight from the ground
Falling deep in the sky
Slipping in the unknown

All the strangers look like family
All the family looks so strange
The only constant I am sure of
Is this accelerating rate of change

Downside up, upside down
Take my weight off the ground
Falling deep in the sky
Slipping in the unknown

I stand here
Watch you spinning
Until I am drawn in
A centripetal force
You pull me in

 Forse si può stare con tutto questo.. Forse si può "slip in the unknown" e invece di annaspare provare a galleggiarci e a lasciarsi sostenere.


domenica 30 ottobre 2011

On an Iceland

Prendo in prestito il titolo di questo post da ciò che il mio compagno ha pubblicato sullo status del suo profilo FB qualche giorno dopo essere arrivati in Islanda. La canzone di Gilmour (orig. On an Island) è diventata automaticamente la colonna sonora di un viaggio tra i più belli e intensi che abbia mai fatto. 13 giorni, 2.500 km, una decina di tappe, e.... troppe cose, sensazioni, emozioni, da elencare! Talmente tante che a distanza di quattro mesi i miei ricordi stavano sbiadendo, le immagini si stavano rintanando in qualche angolino della mia memoria, e più cercavo di tenerle, più mi sfuggivano. Fino a quando il mio compagno non ha montato un breve video, filmati fermo immagine di 10 secondi, unico audio il rumore circostante in presa diretta. Sono sincera, lì per lì ho approcciato la visione con l'entusiasmo tipico di chi si appresta a guardare il filmino delle vacanze degli amici... Il timore di un senso di vicinanza un po' artificiale, condito dalla sensazione che oramai quel viaggio facesse parte di qualcosa di passato, andato, difficile da rivivere. Ma già dai primi secondi ho capito che non sarebbe stato così. Subito ho ritrovato, o meglio ho sentito l'Islanda che stavo perdendo! Eccola! A tutto tondo, eccola lì! I ghiacciai, le strade senza fine, i sentieri lungo i crateri, i laghi, le pecore, le sterne codalunga, le oche selvatiche, le foche marine, i fiordi, le cascate, il suono e l'odore del vento, del mare, dello zolfo, l'acqua e il freddo vento sulla pelle e sul viso! Ho risentito tutto ciò in 3 minuti di video, la potenza del ricordo, quella incredibile sensazione di libertà e di apertura alla natura. Rivivo tuttora alcuni "qui ed ora" provati: in cima ad un cratere spento, in piedi su una scogliera davanti all'oceano, seduta su una panchina a prendermi il sole di mezzanotte. La sensazione di una terra che vive, respira, si muove, si incazza e si acquieta, ride e piange. E tutto ciò mi riempie ancora il cuore.
Ho ritrovato l'altro ieri una canzone di Björk, che non sentivo da anni, perfetto riassunto di ciò che sento. 
All that no-one sees
you see
what's inside of me
every nerve that hurts you heal
deep inside of me
you don't have to speak - i feel
emotional landscapes
they puzzle me




giovedì 27 ottobre 2011

Exit running

Da poco più di un mese e mezzo ho iniziato a correre. Prima correvo sul tapis roulant, avendo la fortuna di averne uno in casa.. Avevo iniziato con grande entusiasmo, con la grande curiosità di mettermi alla prova in uno cosa che non avevo mai provato prima, così affezionata al nuoto come sono... Ma mano mano che macinavo chilometri e passavano le settimane mi rendevo sempre più conto di una strana sensazione, non ero felice, non mi dava soddisfazione, provavo un disagio di fondo che non quadrava con il piacere tutto fisico del correre in sè. D'un tratto a metà settembre circa ho realizzato! E le parole mi sono comparse davanti: correre, correre, affannarsi e faticare tanto per non arrivare da nessuna parte.. Mi sono pian piano resa conto di quanto automaticamente questa fosse metafora di quella che è stata la mia vita in questi ultimi due anni..Inutile dire che questo improvviso insight mi ha stupita e mi sono sentita una completa idiota.. Che fare? Perchè questa è stata la prima domanda, dopo aver incassato il colpo.. Mentre pensavo a questa cosa, non so come, mi sono trovata ad agire. Ed ecco che vado a comprare le mie prime scarpe da running. Arrivo a casa, le provo, me ne innamoro e decido che devo uscire. Sì, devo USCIRE. Devo trovare un uscita, e di corsa! Ed è amore. Pian piano dopo un mese e mezzo arrivo all'ora di corsa e ai miei primi 9 km tutti d'un fiato, alternando uscite esaltanti ad altre disastrose! In questi giorni arriverò ai miei primi 100 km all'aperto e sento che quel 100 tondo tondo me lo sto conquistando tutto. Per carità! Sono ancora una schiappa, essere costantemente superata da altre persone (ben più datate di me!) è un po' umiliante! E solo quando raggiungerò il traguardo dei 10 km mi potrò considerare una vera runner. Ma intanto ci provo! E riassaporo quello che mi spinge ad andare: la sensazione del mio corpo che funziona, il rumore dei passi sulla strada, la respirazione quando prende "il ritmo giusto", la benzina che sento nelle gambe quando sono in buona forma, conoscere il mio corpo e assecondarlo, la soddisfazione di fare strada e andare avanti, aggiungendo man mano ogni volta qualche metro in più. Questione di prospettive. Dovrei ringraziare insomma la delusione da tapis roulant, che mi ha permesso di cambiare punto di vista! Dall'interno verso l'esterno! Non so ancora quanto riuscirò a trasportare tutto ciò in altri aspetti della mia vita, ma decisamente il running è stato ed è tuttora per me un'uscita di emergenza!

sabato 1 ottobre 2011

Esse come essere

Mi è sempre piaciuta la lettera S.. fin da piccola. Essendomi ritrovata con un nome così corto, sentivo che la S mi dava importanza, mi faceva sentire più grande! Non era semplice da disegnare, con tutte quelle curve! Ma è la prima lettera che ho imparato a scrivere, ben prima di cominciare ad andare a scuola, e ne ero fiera! Insomma, per me prima della "A" è venuta la "S", il resto dell'alfabeto poteva benissimo aspettare! La S è una costante di me, fa parte della mia identità, ma allo stesso tempo è quella che nella mia grafia è cambiata di più. L'ho scritta in tanti modi differenti, in stampatello maiuscolo, in stampatello minuscolo, in corsivo, in braille (adoravo quei tre puntini!), più o meno curata, alta, bassa, dritta, di lato, spesso invidiata, curiosando le grafie dei miei amici. Crescendo si è adattata a quello che ero, a quella che sono, mi chiedo se saprà rappresentarmi anche in quella che sarò..
Pronunciata dai noi trentini è un disastro! La sento spesso chiamare "s sporca", e ogni tanto incontro qualcuno che se ne inventa una tutta sua per evitare di farla suonare alla trentina, con grandi sforzi di mandibola e risultati un po' pacchiani..! A me invece suona di legno, di maglione di lana, di fuoco nel camino, di alba in montagna.. più che sporca mi sembra vissuta, e con tanto da raccontare. E mi stupisce intravedere quanta storia anche di me sta in quelle due curve.. come se in quella lettera ci possa stare buona parte del mio essere.